Nell’antica Grecia, gli Arconti erano coloro che ricoprivano le più alte cariche civili e militari delle poleis, le città stato greche. Preposti a compiti di natura religiosa, custodi delle leggi e arbitri delle controversie, gli Arconti mettevano la loro esperienza al servizio della polis, dirigendone la vita e registrandone gli eventi. Tale era la loro importanza che a partire dal settimo secolo avanti Cristo fu l’Arconte Eponimo a dare il nome all’anno.
Più tardi, con l’avvento della costituzione ateniese, ad essi venne attribuito anche il compito di organizzare gli eventi culturali della polis, che ogni anno riunivano poeti, scrittori, attori e drammaturghi da ogni angolo della Grecia.
Garantire l’identità, preservare la memoria, diffondere cultura: se si volessero racchiudere secoli di attività degli Arconti in pochi concetti chiave, potremmo dire che i loro compiti erano questi, questo il fulcro della loro attività.
Identità, memoria, cultura.
Se tutto ciò è vero, non sorprende scoprire quale sia l’etimologia più accreditata del termine archivio. Esso deriverebbe dal greco ἀρχεῖον, “palazzo dell’Arconte”: il luogo dove quest’ultimo conservava i documenti più importanti, testimoni della vita della polis.
Identità, memoria, cultura.
Una linea rossa che lega gli Arconti di un tempo e le realtà di oggi, attraverso una storia lunga 28 secoli.
L’archivio come storia viva
Aprendo l’enciclopedia Treccani, si scopre che l’archivio è una «raccolta di atti, testi stampati, documenti che possono in un certo modo avere valore documentario, catalogati in modo da rendere agevole la consultazione e il reperimento del materiale.»
Seppur in qualche modo asettica, questa definizione offre una prima, essenziale lettura di cosa costituisca un archivio: una raccolta di documenti – carte, immagini, oggetti – organizzata in termini di storicità o di argomento.
Detta così, tuttavia, sembrerebbe che la tenuta di un archivio sia un’attività da riservare a polverosi uffici pubblici dai corridoi infiniti, dove di anno in anno si accatastano i documenti di cui nessuno sa più cosa fare: una soffitta della memoria, dove non si va se non per ragioni di forza maggiore, chiudendosi il naso per non respirare la polvere.
Un luogo chiuso, statico, stantio.
E questo è quanto di più lontano esista dalla realtà, o almeno dalla realtà che Gestire Cultura si sforza di promuovere.
Perché se c’è qualcosa che l’archivio non è, non deve essere è proprio questo.
L’archivio non è un luogo dimenticato. Non è un luogo che sa di vecchio.
Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, non è neppure un luogo che guarda al passato. È un luogo dove si raccolgono e catalogano le esperienze del passato, sì: ma lo si fa con l’obiettivo di leggere il presente ed immaginare il futuro.
E questo obiettivo non è certo esclusiva degli enti pubblici. Al contrario, l’archivio è al contempo memoria storica di un’azienda e fonte di ispirazione.
Qualunque impresa, d’altra parte, è un attore sociale destinato a lasciare una traccia – più o meno profonda a seconda dei casi – sul territorio e sulle persone con cui ha operato. E ogni imprenditore può trovarsi a voler fotografare i benefici della sua azione, l’impatto che la sua opera (o l’opera di famiglia) ha lasciato attraverso il tempo e lo spazio.
L’archivio come traccia del proprio percorso
Oggi il termine “memoria storica” è talmente diffuso da sembrare inflazionato. Alcuni potrebbero addirittura credere che si tratti di uno slogan, di un insieme di parole che hanno una bella forma ma poca sostanza.
Non è così. La memoria storica – di una persona, di un’azienda, di un territorio – è un elemento essenziale nella costruzione dell’identità di quella persona, azienda o territorio. Dice il vero quella frase, anch’essa molto nota, secondo cui “chi non sa da dove viene non sa dove andare”. Perché chi non conosce il proprio passato non può trarne né insegnamenti né avvertimenti.
Ed è anche in questo che si apprezza l’importanza dell’archivio.
L’archivio permette di ricostruire sia i momenti di innovazione di un’azienda, che gli errori che quest’ultima ha fatto nel corso della sua storia. E da ciò deriva un duplice vantaggio.
Da un lato, saper mettere a fuoco i propri successi è la miglior ricetta per acquisire sicurezza in sé stessi e nelle proprie capacità. L’archivio non rappresenta solo la dimostrazione materiale di ciò che si è fatto; esso è anche una fonte di ispirazione ed uno stimolo per continuare a fare, e a fare bene.
In un mondo di tendenze effimere, l’archivio dimostra che l’impresa è qualcosa di più di un’operazione di marketing destinata a svanire col passare delle mode.
Dall’altro lato, riflettere sui propri errori è essenziale per non ripeterli. Avere una chiara memoria storica non serve solo ad attingere a ciò che di buono si è fatto: essa aiuta anche a evitare i passi falsi, facendo dell’esperienza del passato una bussola per il futuro.
In ultimo, conoscere la propria storia permette a un Brand di focalizzare cosa lo rende unico. Ed è noto come l’unicità di un marchio ne aumenti la competitività.

L’archivio come finestra sul futuro
Ma l’archivio non è solo un servizio che l’imprenditore rende a se stesso. È anche un modo per creare, sviluppare, approfondire le relazioni tra l’azienda e la realtà in cui essa si situa e opera.
Nel nostro paese, parlare di un’impresa significa spesso raccontare anche la storia di un territorio. Significa parlare non solo della famiglia che l’ha fondata e diretta, ma anche delle tante famiglie che in quell’azienda hanno lavorato, e che costruendo la loro vita hanno contribuito a fare crescere un marchio.
L’archivio allora non racconta più solo la vicenda di un’azienda: esso racconta un pezzo di mondo. Ed è importante che quel pezzo di mondo possa aver accesso a quella che è anche la sua memoria.
Si pensi solo a questo: quanto è importante, per le nuove generazioni, capire che la storia di un’azienda è anche la loro storia, perché è la storia della loro famiglia o quantomeno è la storia della comunità in cui oggi si trovano a crescere? Quanto è importante, per una città, ritrovarsi nelle vicende di un’impresa, e constatare come quest’ultima ha influenzato lo sviluppo sociale, economico ed urbanistico di un territorio?
Ma questo risultato si può ottenere solo quando l’archivio è aperto, accessibile, fruibile a tutti.
Con questo non si vuole togliere valore a quegli archivi chiusi al pubblico e destinati solo ad alimentare la creatività di chi lavora in seno alle imprese che li hanno creati. Queste realtà hanno la loro importanza e il loro ruolo e nulla vieta che un archivio chiuso venga aperto al pubblico in tutto o in parte, magari in un momento più avanzato della vita di un’impresa.
Ma è solo aprendosi all’esterno che un archivio può sfruttare appieno le sue potenzialità e diventare un vero asset. Ed è solo aprendo l’archivio al pubblico che un Brand può creare quel circolo virtuoso col territorio che ne rafforza l’identità e ne rende più vincente il messaggio.
Perché oggi più che mai, le persone hanno bisogno di sentirsi raccontare storie belle.
Valorizzare un archivio: un regalo che arricchisce chi lo fa
Oggi, d’altra parte, sempre più archivi si aprono all’esterno, diventando punti di riferimento per il territorio e per la comunità.
Ne è un esempio l’archivio della Fondazione Sella, che mette a disposizione del pubblico e degli studiosi cinque secoli di storia della famiglia Sella di Mosso.
Attraverso mostre tematiche, pubblicazioni, corsi, le vicende dei Sella diventano il veicolo per conoscere il Biellese e la sua industria tessile, oppure lo spunto per guardare alla fotografia con gli occhi di chi in Italia ne fu pioniere.
E così, la storia personale si fa storia condivisa. L’archivio diventa una risorsa, una risorsa comune, come indica il titolo del progetto di valorizzazione che ha intrapreso con Gestire Cultura.
Perché l’archivio può, deve essere molto di più che una collezione di volumi polverosi da tenere sotto chiave.
Con l’aiuto di un esperto in valorizzazione del patrimonio culturale, da un archivio può nascere un museo. Possono nascere mostre e pubblicazioni. Possono nascere centri di ricerca. Mettendo le nuove tecnologie al servizio di antiche esperienze, possono nascere webinar, visite guidate virtuali, podcast tematici.
Si tratta di un’elencazione non esaustiva, perché i modi in cui un archivio può essere valorizzato sono molteplici, in base alla sua identità e agli obiettivi dell’impresa o ente che lo detiene.
Ogni archivio fotografa gli elementi che rendono unica un’impresa, una realtà, una famiglia. Ogni archivio ha una sua personalità: ed è questa sua unicità che va esaltata. Sarà allora l’archivio stesso a suggerire gli angoli da mettere in luce, le storie da raccontare, i percorsi da seguire nello spazio e nel tempo.
L’archivio parla, e un bravo esperto lo sa ascoltare.
L’archivio come risorsa per tutti
Guardare agli esempi di archivi aperti al pubblico permette di scoprire che tale operazione è stata posta in essere da nomi storici dell’imprenditoria italiana: Lavazza, Olivetti, Fendi, Pirelli e molti altri.
Tuttavia, non bisogna credere che tenere e valorizzare un archivio sia attività riservata solo ad aziende di una certa levatura, la cui età si conta in numeri a tre cifre.
Al contrario, tutte le storie vanno raccontate. Tutte le storie contengono momenti memorabili e possono essere d’esempio o d’ispirazione.
Non ci sono pertanto categorie di imprese più idonee di altre ad avere un archivio: a fare la differenza non è né il settore di attività né l’età dell’impresa.
Anche un’azienda molto giovane dovrebbe iniziare a pensare a un sistema con cui codificare le scelte chiave che di anno in anno ne influenzano la traiettoria.
Certo, forse oggi queste scelte non hanno valore di “storia”. Ma se si guardasse all’impresa come si guarda a un bambino, a un figlio, ci si accorge che la storia si fa giorno per giorno proprio accumulando memoria.
D’altra parte, quale genitore aspetterebbe il quinto anno di vita del proprio bambino per scattargli una foto, perché “è ancora una realtà giovane, non c’è nulla da registrare”?
Nessuno.
Perché come tutti sanno, gli anni che passano non tornano indietro. Come diceva Aristotele, “Questo solo è negato a Dio: disfare il passato”.
Tutta la memoria è stata cronaca, un tempo. E conservare la propria storia è molto più semplice che ricostruirla a posteriori, sudando sulle carte e scoprendo che col passare del tempo su alcuni buchi non è più possibile mettere una pezza.
Non è mai troppo presto per iniziare a tenere un archivio, tanto più che non mancano i bandi – nazionali e regionali, di enti pubblici o di fondazioni private – il cui obiettivo è aiutare imprese ed enti ad intraprendere l’attività di archiviazione nonché a continuarla nel tempo.
E di certo è opportuno farlo quando ci si guarda indietro e si vede una vicenda di impresa, di uomini e di territorio che merita di essere registrata. Quando si ha paura di perdere quel pezzo di storia che la propria impresa ha costruito. Quando si vuole lasciare una traccia di ciò che si è fatto.
Ciò che fa la differenza non sono gli anni, il numero di documenti o la profondità dell’archivio. Ciò che fa la differenza è che questa storia – lunga o breve che sia – venga resa accessibile.

Partire da una traccia, creare un percorso
L’archivio è un libro di ciò che l’impresa è stata, tra le cui righe si può intravedere ciò che essa sarà: ma perché ciò sia possibile, è necessario che esso sia organizzato e tenuto in maniera comprensibile e chiara.
Una stanza piena di documenti che nessuno conosce, che nessuno sa maneggiare, che sono stati accumulati e dimenticati non è – ancora – un archivio. Può diventarlo se ci si affida a un archivista, un professionista dotato di specifiche competenze che sarà capace di organizzare una miscellanea.
Questi procederà in primo luogo a una ricognizione del materiale disponibile; poi opererà un’inventariazione, esaminando il materiale pezzo per pezzo per avere un’idea quanto più completa possibile di cosa rimanga della memoria dell’azienda; e infine procederà alla catalogazione del materiale, organizzandolo secondo i criteri che lui e il committente ritengono più consoni, e che di solito sono il criterio cronologico e quello tematico.
Infine si procederà alla digitalizzazione dei fondi: un passaggio, questo, che punta a offrire un ulteriore sostegno alla memoria e a facilitarne la diffusione, ma che non vuole né può sostituire l’emozione che deriva dall’esperienza fisica dell’archivio.
Una volta fatta questa operazione, l’esperto potrà valutare il miglior modo per valorizzare le risorse disponibili, e lo farà confrontandosi costantemente con gli archivisti.
L’archivio: un dovere verso chi c’è stato, un dovere verso chi verrà
Spesso la parola “tradizione” evoca qualcosa di statico. Qualcosa da conservare, da tenere al riparo dal presente affinché quest’ultimo non lo corrompa.
Ma guardando all’etimologia, si scopre che “tradizione” deriva dal latino “tradere”, che significa “consegnare”, “trasmettere”.
La tradizione statica non è tradizione. La tradizione è la storia, l’eredità che si trasmette alle nuove generazioni, affinché esse possano a loro volta portarla avanti e consegnarla a chi verrà dopo di loro, come gli anelli di una catena.
Ecco: un archivio accessibile consente di fare proprio questo. Di onorare il debito verso chi ha costruito in passato, e di saldare la promessa che ogni generazione fa a quella successiva.
